LA FIAT A POMIGLIANO D'ARCO

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inserito il 15/06/2010

di Gianni Pardo

1)

L'attuale trattativa tra la Fiat e i lavoratori di Pomigliano d'Arco, oltre che per le cinquemila famiglie interessate, è significativa dal punto di vista storico e teorico.
Luciano Lama, l'indimenticato leader sindacale della Cgil, una volta definì il salario "una variabile indipendente": indipendente dal rendimento dei lavoratori, dai bilanci dell'impresa e dalla sostenibilità economica. Forse pensava che l'erario avrebbe ripianato il deficit delle imprese (tutte?), forse pensava che sarebbe intervenuto San Gennaro, forse voleva solo far fallire lo Stato borghese: certo è che sul momento non ci fu una sollevazione, contro quell'enormità. Nessuno osò fiatare: Mussolini no, ma il sindacato aveva sempre ragione. In realtà, c'era da inorridire. La frase di Lama aveva la stessa logica di chi dicesse che si può dividere cento in tre ed avere tre volte quaranta, oppure che un secchio può versare più acqua di quanta ne contenga. E dire che già nel Medio Evo - epoca buia - si diceva "nemo dat quod non habet", nessuno può dare ciò che non ha. Ma forse nel sindacato non si masticava molto latino e ancor meno filosofia.
Il tempo è passato ed ha rimesso le cose a posto. Già in Germania, qualche tempo fa, in alcune grandissime fabbriche, fu proposta l'alternativa: o abbassamento del salario o "delocalizzazione". Cioè trasferimento all'Est degli impianti. I lavoratori votarono per l'abbassamento del salario. Ora una situazione analoga si riproduce a Pomigliano d'Arco: o gli operai rinunciano a quei comportamenti che potrebbero rendere l'attività antieconomica, oppure la Fiat Panda continuerà ad essere fabbricata all'estero. I sindacati (Fiom a parte), sono pronti a firmare e un tempo questo sarebbe stato un trionfo, per l'azienda: ma anche qui ci sono novità. La Fiat sa che non ha margini: non può più contare sullo Stato. E per questo non firma.
Il leader del sindacato dissenziente, Maurizio Landini, sostiene che l'azienda vuole togliere ai lavoratori il diritto di sciopero e il "diritto" di ammalarsi, ma la Fiat non potrebbe mai dire cose del genere. Il diritto di sciopero è nella costituzione. Dunque, per giudicare adeguatamente la trattativa, bisognerebbe conoscerne i particolari. Tuttavia, la sostanza la capì perfino Pinocchio: dopo avere mangiato le pere, la marionetta fu costretta dalla fame a mangiare i torsoli.
La Fiom parla di "ricatto" e fa finta di non accorgersi che la Fiat è a sua volta ricattata dal mercato. Per questo tutti concordemente suggeriscono che sull'accordo si pronuncino i lavoratori, anche se in passato i sindacati hanno sempre osteggiato il referendum. Stavolta però gli serve per passare la patata bollente agli operai: "Volete lavorare senza danneggiare in nessun modo l'azienda o preferite essere disoccupati?" Gran dilemma.
A proposito di "ricatto" la verità è che non c'è più quello del sindacato. In Italia questa è una sorta di rivoluzione.  Una nazione abituata a considerare i freddi numeri e la logica economica come una sorta di aberrazione comincia a fare i conti con la realtà. Anche quella storica.
Molti credono che la differenza di livello di vita fra l'Ottocento e il Novecento dipenda dalle "conquiste dei lavoratori" mentre per comprendere che non è vero basta esaminare la logica del salario. Si faccia il caso che il lavoratore produca dieci e il datore di lavoro gli paghi nove (la differenza è il plusvalore dei marxisti): questo significa che, in costanza di percentuale, il quantum assoluto del salario dipende dal quantum assoluto di ricchezza prodotta. Se l'operaio produce cento ha un salario di novanta, ma se produce mille ha un salario di novecento. Ecco l'origine della differenza di livello di vita fra gli operai dell'Ottocento e quelli attuali. Quelle che chiamano "conquiste dei lavoratori" sono in realtà "conquiste della produttività". Se gli operai dell'Ottocento avessero chiesto un salario che gli consentisse di vivere come vivono oggi, sarebbero stati tutti licenziati. Non per vendetta, ma perché nessun datore di lavoro se li sarebbe potuti permettere. L'imprenditore versa all'operaio meno ricchezza di quanta l'operaio ne produca perché diversamente non avrebbe interesse ad assumerlo. La riprova di tutto questo è che sono molto prosperi anche Paesi a bassa sindacalizzazione come la Svizzera (per non parlare degli Stati Uniti) e che nel Paese in cui è stato a lungo abolito il plusvalore, l'Unione Sovietica, il governo si è dovuto mantenere al potere con la forza ed ha condotto l'intero popolo alla miseria.
A Pomigliano d'Arco si comincia a studiare storia con esempi concreti.

2)

La vicenda di Pomigliano d'Arco è chiara: la Fiat è disposta ad investire circa settecentocinquanta milioni di euro per riportare la produzione della Panda in Italia ma vuole che gli operai accettino condizioni di lavoro che impediscano, in futuro, comportamenti che renderebbero antieconomica la produzione. Dal momento che l'alternativa è la disoccupazione, tutti i sindacati hanno accettato. Dicono naturalmente di averlo fatto nell'interesse dei lavoratori ma in realtà rischiano di essere sconfessati dall'eventuale referendum e dunque preferiscono porsi alla testa del fenomeno piuttosto che subirlo.
La Fiom/Cgil invece dice di no. Teoricamente le argomentazioni degli altri sindacati dovrebbero valere anche per essa ma, secondo la legislazione attuale, se un sindacato non accetta un accordo, conserva intera la sua libertà di manovra. Un giorno potrà dunque ordinare lo sciopero dei suoi iscritti e questi, pure rappresentando solo una piccola frazione della forza lavoro, potranno paralizzare la produzione. Per questo - sempre che poi mantenga la parola - la Fiat ammonisce: o firmano tutti o non investiremo a Pomigliano.
Interessante è vedere il punto di vista della Fiom. Il problema è: nel rapporto fra azienda e lavoratori deve prevalere la normativa nazionale o l'accordo particolare siglato all'interno della stessa azienda? Se prevale la prima, il sindacato ha l'ultima parola, anche se ciò dovesse comportare l'antieconomicità della gestione; se viceversa prevale l'accordo particolare, il sindacato perde il suo potere di vita o di morte. E perde anche il diritto di proteggere i peggiori fra i suoi associati, gli assenteisti e i falsi malati, per esempio. E c'è di peggio: la pratica si potrebbe estendere a macchia d'olio nel resto d'Italia. In queste condizioni si capisce che la Fiom resista: in tutti gli organismi, dagli unicellulari in su, l'istinto di conservazione è il più forte. E nel suo caso la sopravvivenza dipende dal rimanere estremista.
Ora se la Fiom non firma e la Fiat investe lo stesso a Pomigliano, il sindacato avrà vinto. Se invece la Fiat mantiene la sua posizione e non apre la linea di produzione, Dio protegga la Cgil dalle stramaledizioni dei lavoratori.
Il sindacato d'origine comunista è rigido perché è più interessato al dato ideologico che al dato economico. Cedendo la darebbe vinta al "capitalismo selvaggio" (l'unico che conosca) e se, per non farlo, deve sacrificare il lavoro di migliaia e migliaia di lavoratori, tanto peggio: non si può chiedere ad un prete di dichiararsi ateo.
C'è tuttavia una ragione più curiosa, per il suo comportamento. Il mondo sviluppato non conosce una guerra da più di sessant'anni e la società attuale è pietosa, soccorrevole, pronta alla comprensione e al perdono. Oggi chiunque si trovi in difficoltà si volge allo Stato come un tempo ci si rivolgeva alla Divina Provvidenza. Ci si aspetta che l'Amministrazione pubblica risolva i problemi di tutti, protegga tutti, si occupi del bene di tutti. Il singolo non ha il dovere di essere prudente e di badare a se stesso come fa un vero adulto. Prevale l'idea che lo Stato debba prevedere ed impedire ogni male, anche quello che il cittadino, simile ad un bambino piccolo, può fare a se stesso. Ecco perché l'Amministrazione, come una madre apprensiva, è costretta ad imporre la previdenza, a inventare norme antifortunistiche inverosimili, per i luoghi di lavoro, molto, ma molto più severe di quelle che ciascuno attua in casa propria, per il bene dei propri figli. Anche se poi, all'italiana, la legge non viene messa in pratica. Non è dunque strano che questa società, nella persona del sindacato, pretenda poi che si perdoni anche chi all'occasione timbra il cartellino e va ad occuparsi poi degli affari suoi. È solo una marachella. Si può bastonare un bambino, solo per questo?
In questa società nessuno deve - dovrebbe - rimanere indietro. E nessuno dovrebbe pagare il prezzo dei propri errori o delle proprie colpe. Il cittadino è irresponsabile. La Fiom/Cgil  e gli operai hanno, come i bambini, il diritto di far male a sé e agli altri: tanto, se ci riescono, la colpa è dei grandi che non gliel'hanno impedito. Del governo, in particolare. Il fanciullino deve essere soccorso anche se ha fatto sì che la fabbrica Fiat rimanga in Polonia.
Non è uno scherzo. Se la Fiat non investirà a Pomigliano d'Arco, il sindacato l'accuserà di avere provocato un "problema occupazionale". Dirà che se quelle cinquemila famiglia fanno la fame la colpa non è del sindacato, è dei capitalisti, gli stramaledetti che con la produzione vogliono guadagnare. Che intervenga lo Stato. Che attinga al pozzo di San Patrizio. Che Berlusconi venda la villa di Arcore. Nella favola moderna, se il bambino non si salva è sempre colpa del governo.
La Fiom è convinta che lo Stato debba provvedere al pane dei cinquemila di Pomigliano. Dove lo prenderà, sono affari suoi.





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