Dal 1°agosto 2008 al 31 maggio 2010
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Cari Amici,
Berlusconi se la prende nuovamente con i giornalisti, che ovviamente non dicono la verità. Salvo i suoi. Il conflitto d’interesse tra il Cavaliere proprietario di giornali e televisioni, e le altre televisioni (ormai poche) e altri giornali, si fa enorme. Ma lui con la sua consueta faccia di bronzo, va avanti per la sua strada. E in Canada – tra l’altro – si porta al seguito la biondona di turno. Tralascio i penosi dettagli. Luciano Comida mi scrive:
Sono indignato, amareggiato e preoccupato per questo paese.
Oggi, 29 giugno 2010, Marcello Dell’Utri (amico e braccio destro di Silvio Berlusconi, ideatore di Forza Italia, senatore della Repubblica) è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
I giudici lo riconoscono colpevole fino al 1992 e dunque lasciano fuori il periodo della creazione di FI e delle stragi del '93.
Ma resta un fatto pesante come un pianeta: la sentenza conferma che Dell'Utri fu il collegamento tra i boss di Cosa Nostra e Berlusconi negli anni in cui nasceva il suo impero immobiliare e le sue televisioni.
E Berlusconi (quando venne chiamato a testimoniare sull'accaduto) si avvalse della facoltà di non rispondere.
Un uomo così può continuare a fare il presidente del Consiglio dei ministri nello stesso paese bagnato del sangue di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di centinaia di altri onesti e coraggiosi servitori dello Stato, di centinaia di cittadini morti per difendere la legalità?
Concordo.
Ma che possiamo fare poi, se la maggioranza degli italiani, lo vota lo stesso? Ricordatevi, cari Amici, che Hitler andò al potere con elezioni regolari.
Un abbraccio a tutti
Ettore Frangipane

vignetta di Giordano Bompadre
DA UN SITO POLACCO
http://libcom.org/news/letter-fiat-14062010
La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d'Europa e non sono ammesse rimostranze all'amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend)
A un certo punto verso la fine dell'anno scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L'anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.
Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo "Giorno di Protesta" dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l'anno scorso. Che cosa abbiamo ormai da perdere?
Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.
In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.
E' chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.
Per noi non c'è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l'azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.
(segnalazione di gianpietro3@virgilio.it)
SI PUÒ SALVARE LA SCUOLA ITALIANA?
di Gianni Pardo
La scuola è essenzialmente composta da docenti e discenti. Queste due categorie non sono statiche. Gli studenti delle scuole superiori cambiano totalmente nel giro di cinque anni (nella Media Inferiore nel giro di tre), e anche i docenti cambiano, seppure più lentamente: in capo a 25-35 anni il corpo docente si rinnova nella sua interezza.
La conseguenza di tutto questo è che i professori, se pure con qualche lustro di ritardo, sono figli del loro tempo. Se dunque da ragazzi hanno frequentato una scuola poco efficiente, e sono stati promossi con troppa facilità, partono con un concetto sbagliato dell’impegno necessario. Inoltre spesso hanno frequentato un’università che li ha fatti magari sudare, ma non sempre sulle cose giuste. Per esempio, nella facoltà di matematica non si insegna didattica della matematica e nella facoltà di lingue non s’insegna seriamente la lingua di specializzazione: i professori d’inglese capaci di parlare correntemente inglese sono l’eccezione.
I docenti non sono soltanto la causa del livello della scuola italiana: ne sono anche la conseguenza. Dalla fine degli anni Sessanta a tutti gli anni Settanta e seguenti si sono predicate ed applicate teorie demenziali. È dunque normale che ancora in questo secolo si risenta di un marasma mentale fatto di permissivismo, ribellismo, spontaneismo, velleitarismo e di uno psicologismo d’accatto appena orecchiato che, soprattutto nella Media inferiore, giustificava qualunque abisso d’ignoranza. Una scuola permissiva e di manica larga va benissimo tanto a professori poco qualificati quanto a studenti sfaticati.
Alla domanda se si possa salvare la scuola italiana, riportandola ad un accettabile livello medio europeo, la risposta è: in concreto, no. È troppo difficile rinunciare a tutti i vantaggi accumulati. Nel corso degli anni si è stabilito:
1) che non si può interrogare di lunedì, perché la domenica deve essere spensierata. Ed anche il sabato pomeriggio;
2) non si può essere rimandati a settembre perché l’estate è consacrata ai divertimenti e non bisogna interferire con le vacanze dei genitori;
3) se i ragazzi non studiano, bisogna punire i professori, costringendoli a tenere (brevi e del tutto inutili) corsi di ricupero. Corsi che alcuni professori schivano promuovendo tutti;
4) gli alunni non possono essere rimproverati duramente dai professori, né per il comportamento né per il profitto, diversamente i genitori si precipitano a scuola a chiedere la testa dell’impudente professore. “Il ragazzo potrebbe rimanere traumatizzato”;
5) gli alunni non possono sentirsi dire sul muso, e pubblicamente, che sono insufficienti in una materia. Per questo, niente voti pubblici sul tabellone: a questo punto sono viziati e fragili;
6) prima, ante Christum natum, alla maturità si facevano esami scritti su tutte le materie che comportavano lo scritto, agli orali si rispondeva su tutte le materie e il programma era quello di tutti e tre gli ultimi anni. I “maturati” rivivevano l’esame, come incubo, per i successivi due o tre decenni. Poi l’esame si è svolto con due soli scritti e soltanto quattro materie orali - di cui due a scelta del candidato - rispondendo solo sul programma dell’ultimo anno;
7) per evitare che i ragazzi non siano in grado di superare con un salto questa crudele asticella posta a trenta centimetri dal suolo, le materie sono annunciate in aprile. Così anche i somari possono preparare qualcosa, per l’immancabile benedizione di giugno;
8) ci si è pure accorti che i voti sono brutali e sommari. Dunque, anche nella Media Inferiore, si sono introdotti complicati ed esoterici giudizi, capaci di degradare il comportamento di Caligola a innocenti ragazzate. Al riguardo ecco un esempio significativo.
In quinta liceo scientifico mi arrivò un alunno pensoso e gentile ma di un’ignoranza totale. Quando lo interrogavo diceva solo “impreparato” e anzi presto prese l’abitudine di chiedere d’uscire appena arrivavo. Io gli accordavo il permesso alzandomi cerimoniosamente e dicendogli con un inchino: “Mais je vous en prie, Monsieur, je vous en prie!” (Ma la prego, ma la prego! ). A fine anno, scrissi testualmente nel giudizio: “Giunto quest’anno nella sezione D, questo alunno ha dimostrato un totale disinteresse per la mia materia. Ignoro la sua preparazione tanto in lingua quanto in letteratura francese, perché in tutto l’anno ha saputo dirmi una sola parola: ‘impreparato’. E l’ha detta in italiano”.
Naturalmente fu ammesso agli esami di maturità. E per evitare lo scandalo presso i compagni il collega di matematica, membro interno, dovette anzi battersi perché la commissione (di sinistra) non gli desse il massimo dei voti.
Erano i mitici Anni Settanta e gli alunni di quel tempo oggi siedono in cattedra. Risalire da questo mondo al livello di una scuola seria sembra più difficile che scalare il Cervino in inverno, scalzi, e portandosi la suocera sulle spalle.
LA CAPORETTO DI POMIGLIANO
di Achille Della Ragione
(Napoli) All’inizio degli anni Settanta il governo varò una serie di provvedimenti per migliorare le condizioni economiche della Campania: la tangenziale di Napoli, l’unico tentativo serio di contrastare un traffico a croce uncinata senza eguali, che mortifica la città ed annichila commercio e vivibilità e l’apertura a Pomigliano d’Arco della fabbrica d’auto più a sud d’Europa.
A metà del decennio, nel 1975, vi sarà la posa della prima pietra della nuova linea metropolitana; attendiamo ancora ed aspetteremo per decenni, la posa dell’ultima.
L’idea di localizzare nella piana più ferace d’Italia uno stabilimento industriale, strappando migliaia di addetti alla vocazione naturale di contadini ed artigiani, alle prospettive accattivanti di uno sviluppo turistico e condannandoli all’alienazione della catena di montaggio, fu una scelta sciagurata, pari a quella di distruggere una spiaggia favolosa, sita nel cuore della città, per far sorgere un mostro d’acciaio puteolente, che ha impestato l’aria ed inquinato il mare per decenni ed infine ha ingoiato migliaia di miliardi di passivo con l’illusione di forgiare una classe operaia.
Da Pomigliano, imbottita di assunzioni clientelari e di cafoni strappati alle campagne, oltre che di reduci da aziende decotte e fallite, sono uscite macchine difettose, prodotte costantemente in perdita, al punto da travolgere nel baratro la gloriosa Alfa Romeo. Subentrata la Fiat, la fabbrica è divenuta il tempio della conflittualità permanente, dell’assenteismo selvaggio, della rissosità sindacale e dell’anarchia aziendale.
Nel frattempo i tempi sono cambiati e dopo la caduta del muro di Berlino una manodopera sterminata dagli Stati ex comunisti ha invaso l’occidente, disposta a lavorare indefessamente ed a prezzi stracciati. E poi la Cina prima ed ora anche l’India, Paesi con popolazioni che superano complessivamente i due miliardi di individui, hanno cominciato a produrre senza sosta ogni tipo di merce a prezzi dieci o venti volte inferiori a quelli europei.
Gli Italiani, i Francesi, i Tedeschi, gli Inglesi, schiavi di un consumismo sfrenato, hanno trasformato le loro metropoli in giganteschi centri commerciali, dove la ricchezza del passato viene consumata in un’orgia di acquisti incontenibile, mentre i paesi emergenti investono capitale, per migliorare il loro apparato industriale e produrre la maggior parte dei beni venduti in questi faraonici ipermercati, affollati a tutte le ore da un esercito gaudente, in trance bulimica, di appartenenti alla classe del dolce far niente; almeno fino a quando, finite le risorse monetarie, il commercio sarà paralizzato da una crisi devastante che travolgerà Oriente ed Occidente, destinati a crollare in condominio.
La manodopera europea diverrà il vero proletariato del pianeta e, finita l’era delle illusioni, dovremo fare i conti con il nostro definitivo declino.
Ma torniamo a Pomigliano e al diktat della Fiat, irata per l’interruzione del dissennato piano di rottamazioni, che prevede regole severissime in contrasto con i contratti collettivi e derogando ad alcune prerogative, come il diritto di sciopero, forse obsolete, ma almeno fino ad oggi garantite dalla nostra Costituzione.
L’industria dell’auto mondiale è afflitta da un’irreversibile eccesso di capacità produttiva, valutabile intorno al 40%, per cui o ci si allinea ai costi delle nazioni emergenti o si è semplicemente fuori mercato. Si tratta di scegliere tra lavorare di più o non lavorare affatto. La globalizzazione è oramai ad uno stadio molto avanzato: dopo aver spostato le produzioni lì dove il costo del lavoro è irrisorio, i lavoratori docili ed i sindacati inesistenti, i diritti una pura fantascienza, oggi si cerca disperatamente di spingere verso il basso i salari ed aumentare l’orario da trascorrere in fabbrica. La conclusione è che invece di attivarsi per migliorare la situazione in Asia sono i nostri lavoratori che devono divenire cinesi. Invece del sogno promesso dal progresso di lavorare di meno e di consumare di più, dovremmo lavorare di più e consumare di meno.
In Germania, mentre la Merkel infrange le regole comunitarie sulla concorrenza, la Opel accetta, a parità di retribuzione, di passare da 38 a 47 ore lavorative; in Francia la settimana di 35 ore diviene giorno dopo giorno un imbarazzante ricordo.
Non è più il tempo di pelose prediche ai lavoratori del terzo mondo di non divenire vani adulatori di automobili e telefonini, come noi siamo stati e siamo ancora: abbiamo dato un pessimo esempio di incontinenza accaparratoria, dobbiamo cercare di essere seri.
Ai politici ed agli intellettuali il gravoso compito di ridisegnare un mondo nel quale vi possa essere un tollerabile equilibrio tra avidità del capitale ed esigenze dei lavoratori, tra diritti e doveri, tra caos e civiltà.
GIORGIO NAPOLITANO HA TORTO
di Gianni Pardo
Nel trentesimo anniversario del disastro di Ustica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio (1) di partecipazione al lutto e al dolore alla presidente dell’associazione Parenti delle Vittime. Ma ha aggiunto anche quanto segue: “Occorre il contributo di tutte le Istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni”. E queste parole non sono per nulla condivisibili.
La ricerca della verità è un piacere: si pensi agli scienziati e agli storici. Essa è però un dovere quando avviene un fatto delittuoso. In questo caso, anche in vista della punizione degli eventuali colpevoli, ufficiali di polizia giudiziaria, magistrati ed esperti di ogni branca fanno tutto il possibile per stabilire come sono veramente andate le cose e infine presentano le loro conclusioni in pubblici dibattiti, quali sono i processi penali. Infine, sulla base delle risultanze, il giudice emette il suo verdetto. La sentenza, naturalmente, non rappresenta “la proclamazione della verità” (concetto vagamente filosofico e comunque estraneo al diritto) ma l’affermazione di una “verità processuale”. È come se il giudice - singolo o collegiale - dicesse: “Io sento che le cose sono andate così”. E infatti “sentenza” deriva dal verbo “sentire”.
Qualcuno, sconsolato, potrebbe a questo punto osservare che, proprio sui fatti che più allarmano la società e suscitano un’autentica ansia di giustizia, dobbiamo fermarci all’opinione di uno o pochissimi uomini. E infatti è proprio così. Non c’è una soluzione migliore. Tutto quello che si poteva fare - e che si fa - è innanzi tutto scegliere una persona che, competente di diritto, non sia implicata emotivamente nella vicenda (“giudice naturale”, cioè predeterminato), in modo da avere un giudizio quanto più è possibile spassionato (“giudice terzo”); poi si evita che sui fatti più gravi decida un solo uomo e infatti la Corte d’Assise è composta di parecchie persone; infine si fa sì che la stessa materia possa essere giudicata da più di un giudice: ed ecco i gradi di giudizio, fino alla Corte di Cassazione; ma oltre la Corte di Cassazione non si va. A quel punto, che la conclusione sia plausibile o discutibile, la giustizia umana ha detto la sua. Al massimo si può sperare - solo sperare - che gli storici stabiliscano meglio i fatti, quando fossero disponibili fonti più complete o più affidabili. Nulla di più.
Napolitano, dopo trent’anni, parla di “ulteriore sforzo” “che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni” e gli si potrebbe chiedere quale ulteriore sforzo, e compiuto da chi, dal momento che l’iter giudiziario è concluso. Inoltre, chiedere che questa ricerca della verità “rimuova le ambiguità” eccetera corrisponde a dire che, fino ad oggi, qualcuno poteva farla sapere, la verità, ed ha voluto nasconderla.
Il supremo magistrato non può esprimersi come un giornalista televisivo. Egli ha il dovere o di credere alla magistratura di cui, in quanto presidente del suo Consiglio Superiore, è il membro più autorevole, oppure di denunciare con nome e cognome chi si è reso indegno di questa nobilissima casta e dei suoi imprescindibili imperativi etici. Esprimendosi come ha fatto egli si schiera col “sospetto nazionale”. Se qualcosa non si sa, per molti professionisti della teoria del complotto universale, è perché qualcuno vuole che non si sappia. Perché si vuole nascondere la verità a chi è senza potere e attende giustizia.
Questo atteggiamento da frustrati è inammissibile in chi è uno di coloro che quella verità dovrebbero trovarla, quella giustizia dovrebbero applicarla, quel coraggio della trasparenza dovrebbero averlo. Insomma Napolitano predica contro se stesso e contro una classe dirigente di cui fa parte da tempo immemorabile.
Si può capire che si vogliano esprimere delle condoglianze; si può capire che si voglia manifestare la propria umanità e la propria partecipazione; si può perfino manifestare comprensione per il sentimentalismo nazionale, ma bisognerebbe anche badare alle parole che si usano. Il sospetto indiscriminato, così caratteristico di un popolo, come quello italiano, che non sente né fiducia né stima, riguardo ai propri governanti, non può estendersi, senza rischiare il ridicolo, ai governanti stessi. È come se l’autista del pullman dicesse ai passeggeri: “Fareste bene a guidare con più perizia e con più prudenza, avete quasi investito quell’automobile”.
Stavolta il Presidente della Repubblica ha perso una buona occasione per risparmiare alcune parole di troppo.
(1) «Nella ricorrenza del trentesimo anniversario del disastro di Ustica, rivolgo il mio pensiero commosso a lei Presidente e a tutti i famigliari di coloro che hanno perso la vita in quella tragica notte. Il dolore ancora vivo per le vittime si unisce all'amara constatazione che le indagini svolte e i processi sin qui celebrati non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico evento e di individuarne i responsabili. La tenace dedizione e l'anelito di verità e giustizia con i quali l'Associazione da lei presieduta perpetua il ricordo di quel 27 giugno 1980 trovano la nostra piena comprensione. Occorre il contributo di tutte le Istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni. Nel sempre doloroso ricordo delle 81 vittime, esprimo a lei e ai famigliari dei caduti la partecipe vicinanza mia e della intera Nazione». (Ansa)
Berlusconi se la prende nuovamente con i giornalisti, che ovviamente non dicono la verità. Salvo i suoi. Il conflitto d’interesse tra il Cavaliere proprietario di giornali e televisioni, e le altre televisioni (ormai poche) e altri giornali, si fa enorme. Ma lui con la sua consueta faccia di bronzo, va avanti per la sua strada. E in Canada – tra l’altro – si porta al seguito la biondona di turno. Tralascio i penosi dettagli. Luciano Comida mi scrive:
Sono indignato, amareggiato e preoccupato per questo paese.
Oggi, 29 giugno 2010, Marcello Dell’Utri (amico e braccio destro di Silvio Berlusconi, ideatore di Forza Italia, senatore della Repubblica) è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
I giudici lo riconoscono colpevole fino al 1992 e dunque lasciano fuori il periodo della creazione di FI e delle stragi del '93.
Ma resta un fatto pesante come un pianeta: la sentenza conferma che Dell'Utri fu il collegamento tra i boss di Cosa Nostra e Berlusconi negli anni in cui nasceva il suo impero immobiliare e le sue televisioni.
E Berlusconi (quando venne chiamato a testimoniare sull'accaduto) si avvalse della facoltà di non rispondere.
Un uomo così può continuare a fare il presidente del Consiglio dei ministri nello stesso paese bagnato del sangue di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di centinaia di altri onesti e coraggiosi servitori dello Stato, di centinaia di cittadini morti per difendere la legalità?
Concordo.
Ma che possiamo fare poi, se la maggioranza degli italiani, lo vota lo stesso? Ricordatevi, cari Amici, che Hitler andò al potere con elezioni regolari.
Un abbraccio a tutti
Ettore Frangipane

vignetta di Giordano Bompadre
DA UN SITO POLACCO
http://libcom.org/news/letter-fiat-14062010
La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d'Europa e non sono ammesse rimostranze all'amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend)
A un certo punto verso la fine dell'anno scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L'anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.
Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo "Giorno di Protesta" dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l'anno scorso. Che cosa abbiamo ormai da perdere?
Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.
In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.
E' chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.
Per noi non c'è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l'azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.
(segnalazione di gianpietro3@virgilio.it)
SI PUÒ SALVARE LA SCUOLA ITALIANA?
di Gianni Pardo
La scuola è essenzialmente composta da docenti e discenti. Queste due categorie non sono statiche. Gli studenti delle scuole superiori cambiano totalmente nel giro di cinque anni (nella Media Inferiore nel giro di tre), e anche i docenti cambiano, seppure più lentamente: in capo a 25-35 anni il corpo docente si rinnova nella sua interezza.
La conseguenza di tutto questo è che i professori, se pure con qualche lustro di ritardo, sono figli del loro tempo. Se dunque da ragazzi hanno frequentato una scuola poco efficiente, e sono stati promossi con troppa facilità, partono con un concetto sbagliato dell’impegno necessario. Inoltre spesso hanno frequentato un’università che li ha fatti magari sudare, ma non sempre sulle cose giuste. Per esempio, nella facoltà di matematica non si insegna didattica della matematica e nella facoltà di lingue non s’insegna seriamente la lingua di specializzazione: i professori d’inglese capaci di parlare correntemente inglese sono l’eccezione.
I docenti non sono soltanto la causa del livello della scuola italiana: ne sono anche la conseguenza. Dalla fine degli anni Sessanta a tutti gli anni Settanta e seguenti si sono predicate ed applicate teorie demenziali. È dunque normale che ancora in questo secolo si risenta di un marasma mentale fatto di permissivismo, ribellismo, spontaneismo, velleitarismo e di uno psicologismo d’accatto appena orecchiato che, soprattutto nella Media inferiore, giustificava qualunque abisso d’ignoranza. Una scuola permissiva e di manica larga va benissimo tanto a professori poco qualificati quanto a studenti sfaticati.
Alla domanda se si possa salvare la scuola italiana, riportandola ad un accettabile livello medio europeo, la risposta è: in concreto, no. È troppo difficile rinunciare a tutti i vantaggi accumulati. Nel corso degli anni si è stabilito:
1) che non si può interrogare di lunedì, perché la domenica deve essere spensierata. Ed anche il sabato pomeriggio;
2) non si può essere rimandati a settembre perché l’estate è consacrata ai divertimenti e non bisogna interferire con le vacanze dei genitori;
3) se i ragazzi non studiano, bisogna punire i professori, costringendoli a tenere (brevi e del tutto inutili) corsi di ricupero. Corsi che alcuni professori schivano promuovendo tutti;
4) gli alunni non possono essere rimproverati duramente dai professori, né per il comportamento né per il profitto, diversamente i genitori si precipitano a scuola a chiedere la testa dell’impudente professore. “Il ragazzo potrebbe rimanere traumatizzato”;
5) gli alunni non possono sentirsi dire sul muso, e pubblicamente, che sono insufficienti in una materia. Per questo, niente voti pubblici sul tabellone: a questo punto sono viziati e fragili;
6) prima, ante Christum natum, alla maturità si facevano esami scritti su tutte le materie che comportavano lo scritto, agli orali si rispondeva su tutte le materie e il programma era quello di tutti e tre gli ultimi anni. I “maturati” rivivevano l’esame, come incubo, per i successivi due o tre decenni. Poi l’esame si è svolto con due soli scritti e soltanto quattro materie orali - di cui due a scelta del candidato - rispondendo solo sul programma dell’ultimo anno;
7) per evitare che i ragazzi non siano in grado di superare con un salto questa crudele asticella posta a trenta centimetri dal suolo, le materie sono annunciate in aprile. Così anche i somari possono preparare qualcosa, per l’immancabile benedizione di giugno;
8) ci si è pure accorti che i voti sono brutali e sommari. Dunque, anche nella Media Inferiore, si sono introdotti complicati ed esoterici giudizi, capaci di degradare il comportamento di Caligola a innocenti ragazzate. Al riguardo ecco un esempio significativo.
In quinta liceo scientifico mi arrivò un alunno pensoso e gentile ma di un’ignoranza totale. Quando lo interrogavo diceva solo “impreparato” e anzi presto prese l’abitudine di chiedere d’uscire appena arrivavo. Io gli accordavo il permesso alzandomi cerimoniosamente e dicendogli con un inchino: “Mais je vous en prie, Monsieur, je vous en prie!” (Ma la prego, ma la prego! ). A fine anno, scrissi testualmente nel giudizio: “Giunto quest’anno nella sezione D, questo alunno ha dimostrato un totale disinteresse per la mia materia. Ignoro la sua preparazione tanto in lingua quanto in letteratura francese, perché in tutto l’anno ha saputo dirmi una sola parola: ‘impreparato’. E l’ha detta in italiano”.
Naturalmente fu ammesso agli esami di maturità. E per evitare lo scandalo presso i compagni il collega di matematica, membro interno, dovette anzi battersi perché la commissione (di sinistra) non gli desse il massimo dei voti.
Erano i mitici Anni Settanta e gli alunni di quel tempo oggi siedono in cattedra. Risalire da questo mondo al livello di una scuola seria sembra più difficile che scalare il Cervino in inverno, scalzi, e portandosi la suocera sulle spalle.
LA CAPORETTO DI POMIGLIANO
di Achille Della Ragione
(Napoli) All’inizio degli anni Settanta il governo varò una serie di provvedimenti per migliorare le condizioni economiche della Campania: la tangenziale di Napoli, l’unico tentativo serio di contrastare un traffico a croce uncinata senza eguali, che mortifica la città ed annichila commercio e vivibilità e l’apertura a Pomigliano d’Arco della fabbrica d’auto più a sud d’Europa.
A metà del decennio, nel 1975, vi sarà la posa della prima pietra della nuova linea metropolitana; attendiamo ancora ed aspetteremo per decenni, la posa dell’ultima.
L’idea di localizzare nella piana più ferace d’Italia uno stabilimento industriale, strappando migliaia di addetti alla vocazione naturale di contadini ed artigiani, alle prospettive accattivanti di uno sviluppo turistico e condannandoli all’alienazione della catena di montaggio, fu una scelta sciagurata, pari a quella di distruggere una spiaggia favolosa, sita nel cuore della città, per far sorgere un mostro d’acciaio puteolente, che ha impestato l’aria ed inquinato il mare per decenni ed infine ha ingoiato migliaia di miliardi di passivo con l’illusione di forgiare una classe operaia.
Da Pomigliano, imbottita di assunzioni clientelari e di cafoni strappati alle campagne, oltre che di reduci da aziende decotte e fallite, sono uscite macchine difettose, prodotte costantemente in perdita, al punto da travolgere nel baratro la gloriosa Alfa Romeo. Subentrata la Fiat, la fabbrica è divenuta il tempio della conflittualità permanente, dell’assenteismo selvaggio, della rissosità sindacale e dell’anarchia aziendale.
Nel frattempo i tempi sono cambiati e dopo la caduta del muro di Berlino una manodopera sterminata dagli Stati ex comunisti ha invaso l’occidente, disposta a lavorare indefessamente ed a prezzi stracciati. E poi la Cina prima ed ora anche l’India, Paesi con popolazioni che superano complessivamente i due miliardi di individui, hanno cominciato a produrre senza sosta ogni tipo di merce a prezzi dieci o venti volte inferiori a quelli europei.
Gli Italiani, i Francesi, i Tedeschi, gli Inglesi, schiavi di un consumismo sfrenato, hanno trasformato le loro metropoli in giganteschi centri commerciali, dove la ricchezza del passato viene consumata in un’orgia di acquisti incontenibile, mentre i paesi emergenti investono capitale, per migliorare il loro apparato industriale e produrre la maggior parte dei beni venduti in questi faraonici ipermercati, affollati a tutte le ore da un esercito gaudente, in trance bulimica, di appartenenti alla classe del dolce far niente; almeno fino a quando, finite le risorse monetarie, il commercio sarà paralizzato da una crisi devastante che travolgerà Oriente ed Occidente, destinati a crollare in condominio.
La manodopera europea diverrà il vero proletariato del pianeta e, finita l’era delle illusioni, dovremo fare i conti con il nostro definitivo declino.
Ma torniamo a Pomigliano e al diktat della Fiat, irata per l’interruzione del dissennato piano di rottamazioni, che prevede regole severissime in contrasto con i contratti collettivi e derogando ad alcune prerogative, come il diritto di sciopero, forse obsolete, ma almeno fino ad oggi garantite dalla nostra Costituzione.
L’industria dell’auto mondiale è afflitta da un’irreversibile eccesso di capacità produttiva, valutabile intorno al 40%, per cui o ci si allinea ai costi delle nazioni emergenti o si è semplicemente fuori mercato. Si tratta di scegliere tra lavorare di più o non lavorare affatto. La globalizzazione è oramai ad uno stadio molto avanzato: dopo aver spostato le produzioni lì dove il costo del lavoro è irrisorio, i lavoratori docili ed i sindacati inesistenti, i diritti una pura fantascienza, oggi si cerca disperatamente di spingere verso il basso i salari ed aumentare l’orario da trascorrere in fabbrica. La conclusione è che invece di attivarsi per migliorare la situazione in Asia sono i nostri lavoratori che devono divenire cinesi. Invece del sogno promesso dal progresso di lavorare di meno e di consumare di più, dovremmo lavorare di più e consumare di meno.
In Germania, mentre la Merkel infrange le regole comunitarie sulla concorrenza, la Opel accetta, a parità di retribuzione, di passare da 38 a 47 ore lavorative; in Francia la settimana di 35 ore diviene giorno dopo giorno un imbarazzante ricordo.
Non è più il tempo di pelose prediche ai lavoratori del terzo mondo di non divenire vani adulatori di automobili e telefonini, come noi siamo stati e siamo ancora: abbiamo dato un pessimo esempio di incontinenza accaparratoria, dobbiamo cercare di essere seri.
Ai politici ed agli intellettuali il gravoso compito di ridisegnare un mondo nel quale vi possa essere un tollerabile equilibrio tra avidità del capitale ed esigenze dei lavoratori, tra diritti e doveri, tra caos e civiltà.
GIORGIO NAPOLITANO HA TORTO
di Gianni Pardo
Nel trentesimo anniversario del disastro di Ustica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio (1) di partecipazione al lutto e al dolore alla presidente dell’associazione Parenti delle Vittime. Ma ha aggiunto anche quanto segue: “Occorre il contributo di tutte le Istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni”. E queste parole non sono per nulla condivisibili.
La ricerca della verità è un piacere: si pensi agli scienziati e agli storici. Essa è però un dovere quando avviene un fatto delittuoso. In questo caso, anche in vista della punizione degli eventuali colpevoli, ufficiali di polizia giudiziaria, magistrati ed esperti di ogni branca fanno tutto il possibile per stabilire come sono veramente andate le cose e infine presentano le loro conclusioni in pubblici dibattiti, quali sono i processi penali. Infine, sulla base delle risultanze, il giudice emette il suo verdetto. La sentenza, naturalmente, non rappresenta “la proclamazione della verità” (concetto vagamente filosofico e comunque estraneo al diritto) ma l’affermazione di una “verità processuale”. È come se il giudice - singolo o collegiale - dicesse: “Io sento che le cose sono andate così”. E infatti “sentenza” deriva dal verbo “sentire”.
Qualcuno, sconsolato, potrebbe a questo punto osservare che, proprio sui fatti che più allarmano la società e suscitano un’autentica ansia di giustizia, dobbiamo fermarci all’opinione di uno o pochissimi uomini. E infatti è proprio così. Non c’è una soluzione migliore. Tutto quello che si poteva fare - e che si fa - è innanzi tutto scegliere una persona che, competente di diritto, non sia implicata emotivamente nella vicenda (“giudice naturale”, cioè predeterminato), in modo da avere un giudizio quanto più è possibile spassionato (“giudice terzo”); poi si evita che sui fatti più gravi decida un solo uomo e infatti la Corte d’Assise è composta di parecchie persone; infine si fa sì che la stessa materia possa essere giudicata da più di un giudice: ed ecco i gradi di giudizio, fino alla Corte di Cassazione; ma oltre la Corte di Cassazione non si va. A quel punto, che la conclusione sia plausibile o discutibile, la giustizia umana ha detto la sua. Al massimo si può sperare - solo sperare - che gli storici stabiliscano meglio i fatti, quando fossero disponibili fonti più complete o più affidabili. Nulla di più.
Napolitano, dopo trent’anni, parla di “ulteriore sforzo” “che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni” e gli si potrebbe chiedere quale ulteriore sforzo, e compiuto da chi, dal momento che l’iter giudiziario è concluso. Inoltre, chiedere che questa ricerca della verità “rimuova le ambiguità” eccetera corrisponde a dire che, fino ad oggi, qualcuno poteva farla sapere, la verità, ed ha voluto nasconderla.
Il supremo magistrato non può esprimersi come un giornalista televisivo. Egli ha il dovere o di credere alla magistratura di cui, in quanto presidente del suo Consiglio Superiore, è il membro più autorevole, oppure di denunciare con nome e cognome chi si è reso indegno di questa nobilissima casta e dei suoi imprescindibili imperativi etici. Esprimendosi come ha fatto egli si schiera col “sospetto nazionale”. Se qualcosa non si sa, per molti professionisti della teoria del complotto universale, è perché qualcuno vuole che non si sappia. Perché si vuole nascondere la verità a chi è senza potere e attende giustizia.
Questo atteggiamento da frustrati è inammissibile in chi è uno di coloro che quella verità dovrebbero trovarla, quella giustizia dovrebbero applicarla, quel coraggio della trasparenza dovrebbero averlo. Insomma Napolitano predica contro se stesso e contro una classe dirigente di cui fa parte da tempo immemorabile.
Si può capire che si vogliano esprimere delle condoglianze; si può capire che si voglia manifestare la propria umanità e la propria partecipazione; si può perfino manifestare comprensione per il sentimentalismo nazionale, ma bisognerebbe anche badare alle parole che si usano. Il sospetto indiscriminato, così caratteristico di un popolo, come quello italiano, che non sente né fiducia né stima, riguardo ai propri governanti, non può estendersi, senza rischiare il ridicolo, ai governanti stessi. È come se l’autista del pullman dicesse ai passeggeri: “Fareste bene a guidare con più perizia e con più prudenza, avete quasi investito quell’automobile”.
Stavolta il Presidente della Repubblica ha perso una buona occasione per risparmiare alcune parole di troppo.
(1) «Nella ricorrenza del trentesimo anniversario del disastro di Ustica, rivolgo il mio pensiero commosso a lei Presidente e a tutti i famigliari di coloro che hanno perso la vita in quella tragica notte. Il dolore ancora vivo per le vittime si unisce all'amara constatazione che le indagini svolte e i processi sin qui celebrati non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico evento e di individuarne i responsabili. La tenace dedizione e l'anelito di verità e giustizia con i quali l'Associazione da lei presieduta perpetua il ricordo di quel 27 giugno 1980 trovano la nostra piena comprensione. Occorre il contributo di tutte le Istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni. Nel sempre doloroso ricordo delle 81 vittime, esprimo a lei e ai famigliari dei caduti la partecipe vicinanza mia e della intera Nazione». (Ansa)