Dal 1°agosto 2008 al 30 giugno 2010
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Cari Amici,
l’amica Charlotte mi manda una battuta scollacciata, irriverente, ma simpatica: Berlusconi non tocca le tredicesime: "No, mi scopo solo le prime dodici".
Mi scrive anche Giordano Bompadre:
Al "ghe pensi mi" del presidente del Consiglio si può solo replicare: ma finora chi ci aveva pensato? E dove era? E cosa aveva fatto? O forse non ricorda che fino ad ora era proprio e sempre lui al timone della nave? Il disastro della manovra, le liti nel Pdl, la nomina di Brancher, la vergogna del ddl intercettazioni, la mancanza di risposte alla crisi sono proprio il frutto della sua inadeguatezza. Ora prova a rassicurarci. Ma gli italiani avranno capito o no che chi li governa malamente da due anni... ed allora al Nostro non basterà una intervista ai tiggì per recuperare le figuracce di queste settimane. E, forse, come si diceva nei film di Fantozzi: "al 45° del secondo tempo agli italiani venne finalmente un leggerissimo sospetto...!!!”
Intanto caldo, caldo, caldo... come se fosse una novità, vista la stagione.
Dovrebbe scendere in campo, per risolvere la situazione Ghe-Pensi-Mi.
Un abbraccio a tutti
Ettore Frangipane

CHEMIOTERAPIA ANTICANCRO:
PROGRESSO E NON ACCANIMENTO TEREUTICO
di Giorgio Dobrilla
In Medicina uno dei problemi sentiti dalla popolazione riguarda la chemioterapia in malati di cancro. Il paziente ha da un lato il doppio timore che gli effetti collaterali risultino sofferenze inutili e, dall’altro, l’angoscia di rifiutare terapie che possono salvargli la vita. E per molti tumori di fatto è così: guarigione in quasi tutti i pazienti con cancro testicolare, remissione stabile di molti tumori ematologici, lunga sopravvivenza con buona qualità di vita di pazienti con cancro del seno o gastrointestinale. Se si vuole evitare che la chemio sia vissuta come accanimento terapeutico, al malato devono anzitutto essere illustrati con precisione i pro e i contro della terapia. La informazione dettagliata è infatti la regola nei buoni reparti oncologici, dove ogni decisione terapeutica viene presa solo dopo ampia discussione con il paziente. Altra cosa è l’accanimento terapeutico che tale è quando la chemioterapia peggiora la qualità, allungando poco o niente la quantità di vita, o persino raccorciandola a causa di eventi avversi quali infezioni, rischio emorragico, malnutrizione. Questo sì costituirebbe un atteggiamento inaccettabile di oncologi intenti più a seguire freddamente dei protocolli prefissati che a badare con umanità alle sofferenze e alle aspettative del singolo malato. Devo dire che in più di quarant’anni di attività clinica, questi “oncologi aguzzini” io non li ho mai incontrati mentre, al contrario, ho spesso collaborato con oncologi ben consci che il paziente tumorale è prima di tutto una persona da aiutare in ogni modo possibile. Non mancano purtroppo le eccezioni, anche se desta perplessità ciò che riporta Cornaglia Ferraris e cioè che in USA 3 oncologi su 4 rifiuterebbero la chemioterapia se fossero loro i malati. Fosse vero, a mio avviso essi andrebbero sanzionati. Tornando alla tossicità della chemio, bisogna rilevare che dai parenti che hanno taciuto la verità al malato, il peggioramento viene spesso attribuito agli effetti collaterali invece che al progredire del cancro, e d’altronde dire la verità non è semplice: ci sono pazienti (e parenti) che vogliono sapere e altri che non vogliono la verità, coltivando magari delle speranze in qualche cura esoterica. Imperativo categorico, comunque, è che unica ineludibile priorità sia il beneficio psico-fisico del paziente, tenendo per altro conto che la tollerabilità della chemio è oggi molto migliore di 15 anni fa. In casi talmente avanzati o per specifici tumori nei quali i vantaggi della chemio sarebbero nulli, c’è chi ritiene doveroso dire tutta la verità ai malati, non prospettando una guarigione altamente improbabile, ma facendo decidere al paziente se trascorrere il tempo che rimane “tra ospedali e flebo” o “a casa propria”, dove pure è possibile ricevere adeguati trattamenti palliativi.
KNOW WHY (SAPER PERCHE’) O KNOW HOW (SAPERE COME)?
di Pietro Centanini
Da molti decenni la nostra società ha sostituito il suo modello educativo fondato sul know why (saper perchè) con il modello importato fondato sul know how (saper come).
Questo modello ha certo permesso una maggiore produttività umana, ma ha reso le persone schiave del comportamento sperimentato da altri.
Ha così, concorso a scoraggiare la crescita del pensiero logico, indagatore, innovativo e responsabile.
Sembra che si sia notevolmente ridotto il gusto di pensare il “perché” delle cose, concentrandosi invece sul “come” farle.
Abituarsi a pensare il perché migliora anche la capacità previsionale di fatti economici, perché permette di intendere meglio quali variabili siano fondamentali.
Un prestigioso premio Nobel per l’economia, alla domanda “Si poteva prevedere la crisi?” ha risposto “Questa crisi non era prevedibile”.
Questa ammissione dimostra che è carente la capacità di cercare il perché delle cause ed effetti, mentre abbonda l’ansia di capire come agiscono.
Se questa capacità di investigare i perché delle cause non fosse mancata, non sarebbe stato così difficile prevedere che dopo l’interruzione della crescita della natalità nel mondo occidentale la crescita economica si sarebbe interrotta, sarebbero cresciuti i costi fissi e le tasse e diminuita la crescita del risparmio.
Si sarebbe anche capito che i tentativi di compensare il crollo delle nascite con maggiore produttività e con le delocalizzazioni di molte produzioni, sarebbero state insufficienti verso le esigenze di crescita del Pil e si sarebbe capito che la conseguente decisione di sostenere la crescita con consumismo a debito sempre più eccessivo e rischioso per la solvibilità del sistema, sarebbe stato catastrofica.
L’uomo contemporaneo dispone di strumenti tecnici avanzati e sofisticati, ma dimostra immaturità nella conoscenza necessaria per saperli usare e pertanto rischia che gli sfuggano di mano. Come infatti è successo.
Oltre che disporre di modelli matematici, per far piani e previsioni a lungo termine, è necessario conoscere la natura umana ed il comportamento umano non è prevedibile solo analizzando gli aspetti materialistici prescindendo dal resto.
Pertanto dovremo tornare ad insegnare ed apprendere l’educazione del “perché” di ogni azione, risultato, conseguenza.
Questo modello educativo un tempo era un vantaggio competitivo della nostra cultura e ancora non è spento del tutto.
Nei nostri licei si insegna ancora il sillogismo aristotelico.
Tornando ad insegnare a cercare il “perché” e non solo il “come” si tornerà ad apprendere come darsi obiettivi reali, a progettare il futuro. Si insegnerà conseguentemente anche a prevedere correttamente e a prevenire consapevolmente.
Già, con preveggente intuito, Papa Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate” molto tempo prima della crisi finanziaria che investì, così pesantemente, il mondo occidentale, aveva raccomandato agli economisti più cautela nelle previsioni.
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l’amica Charlotte mi manda una battuta scollacciata, irriverente, ma simpatica: Berlusconi non tocca le tredicesime: "No, mi scopo solo le prime dodici".
Mi scrive anche Giordano Bompadre:
Al "ghe pensi mi" del presidente del Consiglio si può solo replicare: ma finora chi ci aveva pensato? E dove era? E cosa aveva fatto? O forse non ricorda che fino ad ora era proprio e sempre lui al timone della nave? Il disastro della manovra, le liti nel Pdl, la nomina di Brancher, la vergogna del ddl intercettazioni, la mancanza di risposte alla crisi sono proprio il frutto della sua inadeguatezza. Ora prova a rassicurarci. Ma gli italiani avranno capito o no che chi li governa malamente da due anni... ed allora al Nostro non basterà una intervista ai tiggì per recuperare le figuracce di queste settimane. E, forse, come si diceva nei film di Fantozzi: "al 45° del secondo tempo agli italiani venne finalmente un leggerissimo sospetto...!!!”
Intanto caldo, caldo, caldo... come se fosse una novità, vista la stagione.
Dovrebbe scendere in campo, per risolvere la situazione Ghe-Pensi-Mi.
Un abbraccio a tutti
Ettore Frangipane

CHEMIOTERAPIA ANTICANCRO:
PROGRESSO E NON ACCANIMENTO TEREUTICO
di Giorgio Dobrilla
In Medicina uno dei problemi sentiti dalla popolazione riguarda la chemioterapia in malati di cancro. Il paziente ha da un lato il doppio timore che gli effetti collaterali risultino sofferenze inutili e, dall’altro, l’angoscia di rifiutare terapie che possono salvargli la vita. E per molti tumori di fatto è così: guarigione in quasi tutti i pazienti con cancro testicolare, remissione stabile di molti tumori ematologici, lunga sopravvivenza con buona qualità di vita di pazienti con cancro del seno o gastrointestinale. Se si vuole evitare che la chemio sia vissuta come accanimento terapeutico, al malato devono anzitutto essere illustrati con precisione i pro e i contro della terapia. La informazione dettagliata è infatti la regola nei buoni reparti oncologici, dove ogni decisione terapeutica viene presa solo dopo ampia discussione con il paziente. Altra cosa è l’accanimento terapeutico che tale è quando la chemioterapia peggiora la qualità, allungando poco o niente la quantità di vita, o persino raccorciandola a causa di eventi avversi quali infezioni, rischio emorragico, malnutrizione. Questo sì costituirebbe un atteggiamento inaccettabile di oncologi intenti più a seguire freddamente dei protocolli prefissati che a badare con umanità alle sofferenze e alle aspettative del singolo malato. Devo dire che in più di quarant’anni di attività clinica, questi “oncologi aguzzini” io non li ho mai incontrati mentre, al contrario, ho spesso collaborato con oncologi ben consci che il paziente tumorale è prima di tutto una persona da aiutare in ogni modo possibile. Non mancano purtroppo le eccezioni, anche se desta perplessità ciò che riporta Cornaglia Ferraris e cioè che in USA 3 oncologi su 4 rifiuterebbero la chemioterapia se fossero loro i malati. Fosse vero, a mio avviso essi andrebbero sanzionati. Tornando alla tossicità della chemio, bisogna rilevare che dai parenti che hanno taciuto la verità al malato, il peggioramento viene spesso attribuito agli effetti collaterali invece che al progredire del cancro, e d’altronde dire la verità non è semplice: ci sono pazienti (e parenti) che vogliono sapere e altri che non vogliono la verità, coltivando magari delle speranze in qualche cura esoterica. Imperativo categorico, comunque, è che unica ineludibile priorità sia il beneficio psico-fisico del paziente, tenendo per altro conto che la tollerabilità della chemio è oggi molto migliore di 15 anni fa. In casi talmente avanzati o per specifici tumori nei quali i vantaggi della chemio sarebbero nulli, c’è chi ritiene doveroso dire tutta la verità ai malati, non prospettando una guarigione altamente improbabile, ma facendo decidere al paziente se trascorrere il tempo che rimane “tra ospedali e flebo” o “a casa propria”, dove pure è possibile ricevere adeguati trattamenti palliativi.
KNOW WHY (SAPER PERCHE’) O KNOW HOW (SAPERE COME)?
di Pietro Centanini
Da molti decenni la nostra società ha sostituito il suo modello educativo fondato sul know why (saper perchè) con il modello importato fondato sul know how (saper come).
Questo modello ha certo permesso una maggiore produttività umana, ma ha reso le persone schiave del comportamento sperimentato da altri.
Ha così, concorso a scoraggiare la crescita del pensiero logico, indagatore, innovativo e responsabile.
Sembra che si sia notevolmente ridotto il gusto di pensare il “perché” delle cose, concentrandosi invece sul “come” farle.
Abituarsi a pensare il perché migliora anche la capacità previsionale di fatti economici, perché permette di intendere meglio quali variabili siano fondamentali.
Un prestigioso premio Nobel per l’economia, alla domanda “Si poteva prevedere la crisi?” ha risposto “Questa crisi non era prevedibile”.
Questa ammissione dimostra che è carente la capacità di cercare il perché delle cause ed effetti, mentre abbonda l’ansia di capire come agiscono.
Se questa capacità di investigare i perché delle cause non fosse mancata, non sarebbe stato così difficile prevedere che dopo l’interruzione della crescita della natalità nel mondo occidentale la crescita economica si sarebbe interrotta, sarebbero cresciuti i costi fissi e le tasse e diminuita la crescita del risparmio.
Si sarebbe anche capito che i tentativi di compensare il crollo delle nascite con maggiore produttività e con le delocalizzazioni di molte produzioni, sarebbero state insufficienti verso le esigenze di crescita del Pil e si sarebbe capito che la conseguente decisione di sostenere la crescita con consumismo a debito sempre più eccessivo e rischioso per la solvibilità del sistema, sarebbe stato catastrofica.
L’uomo contemporaneo dispone di strumenti tecnici avanzati e sofisticati, ma dimostra immaturità nella conoscenza necessaria per saperli usare e pertanto rischia che gli sfuggano di mano. Come infatti è successo.
Oltre che disporre di modelli matematici, per far piani e previsioni a lungo termine, è necessario conoscere la natura umana ed il comportamento umano non è prevedibile solo analizzando gli aspetti materialistici prescindendo dal resto.
Pertanto dovremo tornare ad insegnare ed apprendere l’educazione del “perché” di ogni azione, risultato, conseguenza.
Questo modello educativo un tempo era un vantaggio competitivo della nostra cultura e ancora non è spento del tutto.
Nei nostri licei si insegna ancora il sillogismo aristotelico.
Tornando ad insegnare a cercare il “perché” e non solo il “come” si tornerà ad apprendere come darsi obiettivi reali, a progettare il futuro. Si insegnerà conseguentemente anche a prevedere correttamente e a prevenire consapevolmente.
Già, con preveggente intuito, Papa Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate” molto tempo prima della crisi finanziaria che investì, così pesantemente, il mondo occidentale, aveva raccomandato agli economisti più cautela nelle previsioni.
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