Dal 1°agosto 2008 al 30 giugno 2010
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Cari Amici,
qualche giorno di ferie, anche per me. Ma non va in vacanza il nostro Gianni Pardo, come vedete qui di seguito.
Un abbraccio Ettore Frangipane
PS: e se andasse in ferie per qualche anno Berlusconi?

Ghe-pensi-mi in formato Sardegna
SOMMESSAMENTE
I fatti sono scarni. Nichi Vendola afferma che la vittoria sul centro-destra dovrebbe avere “significato per gli studenti precari, per i ricercatori che sono costretti ad emigrare, per le donne e gli eroi dei nostri giorni, come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani”. Lasciamo da parte la vittoria - ci vuole coraggio a parlarne, per una sinistra oggi evanescente - ed occupiamoci solo dell’enumerazione degli eroi: Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani.
Vendola mette sullo stesso piano due magistrati abituati a combattere l’illegalità e i delinquenti, che per questo loro impegno proprio dai delinquenti sono stati ammazzati, e un giovane che, mentre cerca di ammazzare un poliziotto, viene da questi ucciso. Si sa, non si possono processare i morti, ma Carlo Giuliani, se fosse sopravvissuto, sarebbe stato processato per tentato omicidio, come ha implicitamente stabilito anche la Corte Europea. Essa ha infatti affermato che Placanica agì in condizioni di legittima difesa. Vogliamo proprio equiparare dei magistrati morti compiendo il loro dovere e un assassino che non riesce nell’intento per fatti indipendenti dalla sua volontà?
Luciano Violante, intervistato al riguardo, si limita a parlare di abuso e definisce comunque Giuliani “una vittima”. Pierluigi Battista, sul “Corriere”, dice con tocco felpato che quella di Vendola, di “mettere Carlo Giuliani sullo stesso piedistallo [dei due magistrati] non è stata una buona idea”. Eh sì, ce ne sono di migliori. È “un’equazione sbagliata”. Giuliani “non era un eroe, era un ragazzo degno di rispetto, ma non un eroe”. Forse, se fosse riuscito nell’intento di uccidere il poliziotto, invece del rispetto avrebbe meritato un monumento. Questo è esprimersi con cautela. Sommessamente. Pressoché vigliaccamente. Che diamine bisogna aspettare, per chiamare assassino, se pure mancato, un assassino?
Qualcuno potrebbe dire che questa è una questione secondaria, addirittura minima, ma un sintomo non deve necessariamente essere drammatico, per denunciare una grave malattia. E qui la malattia è l’annosa suggestione esercitata prima dal Pci e ancora oggi dalla sinistra. Una verità ad essa favorevole va gridata sui tetti, se possibile stracciandosi le vesti; una verità ad essa contraria va taciuta. O almeno, un tempo la si taceva, ora, decenni dopo lo strappo da Mosca, se proprio è inevitabile, bisogna bisbigliarla. Sommessamente.
Bersani, D’Alema, Franceschini, Bindi e soprattutto Vendola, permettete che si ricordi che Giuliani ha cercato di ammazzare un poliziotto? Permettete che si giudichi scandaloso l’avere dato un posto di senatrice della Repubblica alla madre di questo giovanotto, Heidi Giuliani? Infatti non si conoscono altri meriti di questa signora. Il chiaro significato dell’operazione è stato quello di appuntare la medaglia sul petto dell’augusta genitrice, non potendola appuntare su quello dell’eroe stesso.
Con questo atteggiamento la sinistra, mentre considera un pendaglio da forca chi si rende colpevole di (inefficaci) raccomandazioni e vuole che i “colpevoli” siano perseguiti per associazione segreta, indirettamente dice che chi prende le armi contro lo Stato, cercando di ammazzare un innocente, merita l’applauso e il laticlavio. Ed è comunque inutile chiedere conto di questo scandalo intellettuale e giuridico. Conosciamo la risposta: bisogna abbattere lo Stato borghese e, come dicevano le Brigate Rosse, si ammazza la divisa, non l’uomo che c’è dentro. Se questi non sopravvive è colpa sua. Forse, se fosse stato adeguatamente di sinistra, sarebbe sopravvissuto alle pallottole.
BERSANI LEADER INADEGUATO
C’era una volta un sant’uomo che viveva in una caverna, in perfetta solitudine, pregando e facendo penitenza. Il diavolo avrebbe voluto indurlo a peccare ma non sapeva come fare. Che genere di peccati poteva commettere, quel vecchio? Provò dunque con l’ira. Gli rovesciava il catino con l’acqua, gli faceva trovare il pagliericcio per terra, gli sporcava la Bibbia col fango, ma il vecchio non se la prendeva. “Questo è il diavolo che vuol farmi arrabbiare”, diceva. E andava a riprendere un secchio d’acqua, rimetteva il pagliericcio sul letto, aspettava che la Bibbia si asciugasse.
Un giorno il diavolo ebbe un’idea. Si trasformò in una vecchina e cominciò a cercare di caricarsi sulle spalle una fascina di legna ma la fascina era troppo pesante e allora disfaceva il nodo sulla corda che la teneva insieme, aggiungeva altra legna, riannodava la corda e cercava di caricarsi la fascina sulle spalle. Non ci riusciva, allora disfaceva il nodo…
Il sant’uomo, che aveva visto tutte queste manovre durante la sua passeggiata, non poté trattenersi dal dirle: “Benedetta donna, ma non lo capite che dovete togliere legna, non aggiungerne? Siete scema?”
Il diavolo allora riprese il suo aspetto normale e rise. Aveva vinto. Se c’è qualcosa che fa perdere la pazienza anche ai santi, è l’irrazionalità.
Pierluigi Bersani non può essere irrazionale come la vecchietta. Innanzi tutto è laureato in filosofia e Dio sa se in quella materia bisogna essere capaci di ragionare. In secondo luogo, malgrado questa specializzazione, si è fatto apprezzare in materia di economia: tutti ricordano le sue famose “lenzuolate”. Infine, quando vuole, si esprime pacatamente e con una qualche emiliana bonomia. E tuttavia il suo comportamento indigna.
Nei sistemi bipolari o bipartitici, al di fuori delle due grandi formazioni non v’è salvezza. Inoltre, all’interno di esse, ognuno, anche se ideologicamente ai margini, deve conformarsi al parere della maggioranza: il partito tende infatti ad avere il sostegno di metà della popolazione, non di estremisti ed idealisti di vario pelame.
Col proporzionale invece anche il partito che ottiene l’1% ha i suoi deputati e il problema è opposto: il partito dell’1,5% deve sottolineare tutte le differenze possibili col partito del 2% per dire agli elettori: “Votate per noi perché solo noi sosteniamo esattamente, al millimetro, le vostre idee. Cosa che nessun altro fa. Neanche il partito che ci somiglia di più”. Il sistema bipolare tende a nascondere le differenze (salvo quella fra le due grandi formazioni), il sistema proporzionale esalta le differenze anche fra partiti molto vicini ideologicamente.
Il nostro è un sistema bipolare ma non bipartitico perché accanto al Pdl c’è la Lega e accanto al Pd c’è l’Idv. Da questo consegue che, pur convenendo su alcuni punti generali (per la sinistra, l’antiberlusconismo), all’interno di ogni coalizione ogni partito cerchi di fare concorrenza all’alleato. Antonio Di Pietro non spera di rubare elettori a Berlusconi, cerca di rubarli al Pd presentandosi come il più antiberlusconiano, il più intransigente, il più estremista e per così dire “il più comunista”, cercando di recuperare anche gli elettori che furono dei Comunisti Italiani. E infatti dalle ultime elezioni politiche le intenzioni di voto a favore dell’Idv, rispetto al Pd, sono piuttosto aumentate che diminuite.
Se questa è la strategia dell’Idv, è ovvio che la strategia del Pd dovrebbe essere opposta. Non un antiberlusconismo di guerra, ma un semplice dissenso da Berlusconi. Non posizione negativa su tutta la linea, ma posizione critica riguardo ad ogni provvedimento. Invece si direbbe che Bersani sia terrorizzato all’idea di apparire meno intransigente di Di Pietro o di personaggi vagamente folcloristici come Dario Franceschini o Rosy Bindi. Per questo insegue tutti, a sinistra. Annuncia continuamente l’apocalisse. Corruga la fronte e fa la faccia feroce. È irragionevole e sconfortante.
Forse Pierluigi Bersani si è interessato più di filosofia che di comunicazione. Anni fa era famoso uno slogan commerciale: “Chi beve birra campa cent’anni” e un pubblicitario all’occasione diceva che la novità, nel suo campo, non era un optional “Perché se dico ‘Chi beve chinotto campa cent’anni’ la gente dirà: ‘Ah sì, chi beve birra campa cent’anni’. E va a comprare una birra”. Nello stesso modo il segretario del Pd dovrebbe capire che, se scimmiotta Di Pietro, tutti preferiranno l’originale all’imitazione.
CONTRA PROUST
Marcel Proust è un genio. Chi ha letto anche solo una parte della famosa “Recherche” non la dimenticherà mai. Raramente si è vista una tale penetrazione psicologica dei fatti più minuti, dei sentimenti più evanescenti, dei pensieri più sfuggenti. E tuttavia, dinanzi a quella prosa, si può avvertire una sorta di fastidio.
L’origine, la ragione prima, la molla della “Recherche” non è la voglia di ricordare il passato, ma il tentativo di realizzarne una “resurrezione”. Questa, a sua volta, nasce da un infinito rimpianto dinanzi al tempo che passa. Un dolore inguaribile dinanzi al presente che si trasforma in ricordo e che solo per noi ha ancora gusto e sapore. Che solo per noi si colora della luce del sole e dell’emozione della vita, mentre se ne parlassimo ad altri leggeremmo nei loro occhi la noia. Si può raccontare un avvenimento ma è come se, di una bella donna, si fornisse una radiografia dello scheletro. I fatti senza colore possono interessare solo al giudice: in un caso di omicidio egli vuole sapere se l’imputato ha agito in stato di legittima difesa e dei suoi sentimenti di quel momento ben poco gli importa. Che fosse dominato dal terrore o dalla volontà di punire l’aggressore - quello cioè che è la sostanza emotiva del fatto - è cosa priva di valore. Per giudicare basterà solo sapere se l’accusato si sentisse ragionevolmente in pericolo.
A Proust invece interessa la magia del singolo momento, con l’emozione che esso dà e che egli si rifiuta di dimenticare. Perché in questo modo è come se l’uccidesse. Come se lo condannasse ai suoi dati esterni, geometrici, catastali. Per questo ha bisogno di precisare, di descrivere, di dilungarsi, di spiegare instancabilmente i particolari, fino a trasfondere nel lettore tutto o quasi quel presente. Facendolo finalmente risorgere.
Tutta la “Recherche” è un atto d’amore nei confronti della vita. È l’eco di una passione smodata per l’attimo. È una lotta senza quartiere contro la morte. Una lotta senza speranza.
Da questo nasce il fastidio per il mondo di Proust. Vien voglia di dirgli che anche noi abbiamo vissuto, anche noi abbiamo amato disperatamente il sentimento del presente, anche noi abbiamo dei ricordi: ma è inutile cercare di salvarli. La ruota del tempo non si ferma mai e uccide anche il “tempo perduto” che Proust ha fatto risorgere.
Forse non bisognerebbe mai aggrapparsi al passato. Forse non bisognerebbe mai impegnarsi a custodirlo nel nostro cuore come un tabernacolo. Sarebbe meglio avere l’atteggiamento della miriade di esseri viventi che, come gli uccelli, cantano, si scontrano, si accoppiano e infine muoiono senza averlo nemmeno previsto e saputo. Se la battaglia contro la morte del nostro presente è senza speranza, la soluzione è non combatterla.
Nell’opera di Marcel Proust si può dunque ravvisare un primo errore: uno sconfinato amore di sé e delle proprie esperienze; e un secondo errore: credere di potere salvare il passato di un singolo, non potendo salvare quello di tutti. Nel primo caso ci si esagera la specialità della propria vicenda esistenziale, nel secondo caso si chiudono gli occhi sull’invincibilità della morte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
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qualche giorno di ferie, anche per me. Ma non va in vacanza il nostro Gianni Pardo, come vedete qui di seguito.
Un abbraccio Ettore Frangipane
PS: e se andasse in ferie per qualche anno Berlusconi?

Ghe-pensi-mi in formato Sardegna
SOMMESSAMENTE
I fatti sono scarni. Nichi Vendola afferma che la vittoria sul centro-destra dovrebbe avere “significato per gli studenti precari, per i ricercatori che sono costretti ad emigrare, per le donne e gli eroi dei nostri giorni, come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani”. Lasciamo da parte la vittoria - ci vuole coraggio a parlarne, per una sinistra oggi evanescente - ed occupiamoci solo dell’enumerazione degli eroi: Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani.
Vendola mette sullo stesso piano due magistrati abituati a combattere l’illegalità e i delinquenti, che per questo loro impegno proprio dai delinquenti sono stati ammazzati, e un giovane che, mentre cerca di ammazzare un poliziotto, viene da questi ucciso. Si sa, non si possono processare i morti, ma Carlo Giuliani, se fosse sopravvissuto, sarebbe stato processato per tentato omicidio, come ha implicitamente stabilito anche la Corte Europea. Essa ha infatti affermato che Placanica agì in condizioni di legittima difesa. Vogliamo proprio equiparare dei magistrati morti compiendo il loro dovere e un assassino che non riesce nell’intento per fatti indipendenti dalla sua volontà?
Luciano Violante, intervistato al riguardo, si limita a parlare di abuso e definisce comunque Giuliani “una vittima”. Pierluigi Battista, sul “Corriere”, dice con tocco felpato che quella di Vendola, di “mettere Carlo Giuliani sullo stesso piedistallo [dei due magistrati] non è stata una buona idea”. Eh sì, ce ne sono di migliori. È “un’equazione sbagliata”. Giuliani “non era un eroe, era un ragazzo degno di rispetto, ma non un eroe”. Forse, se fosse riuscito nell’intento di uccidere il poliziotto, invece del rispetto avrebbe meritato un monumento. Questo è esprimersi con cautela. Sommessamente. Pressoché vigliaccamente. Che diamine bisogna aspettare, per chiamare assassino, se pure mancato, un assassino?
Qualcuno potrebbe dire che questa è una questione secondaria, addirittura minima, ma un sintomo non deve necessariamente essere drammatico, per denunciare una grave malattia. E qui la malattia è l’annosa suggestione esercitata prima dal Pci e ancora oggi dalla sinistra. Una verità ad essa favorevole va gridata sui tetti, se possibile stracciandosi le vesti; una verità ad essa contraria va taciuta. O almeno, un tempo la si taceva, ora, decenni dopo lo strappo da Mosca, se proprio è inevitabile, bisogna bisbigliarla. Sommessamente.
Bersani, D’Alema, Franceschini, Bindi e soprattutto Vendola, permettete che si ricordi che Giuliani ha cercato di ammazzare un poliziotto? Permettete che si giudichi scandaloso l’avere dato un posto di senatrice della Repubblica alla madre di questo giovanotto, Heidi Giuliani? Infatti non si conoscono altri meriti di questa signora. Il chiaro significato dell’operazione è stato quello di appuntare la medaglia sul petto dell’augusta genitrice, non potendola appuntare su quello dell’eroe stesso.
Con questo atteggiamento la sinistra, mentre considera un pendaglio da forca chi si rende colpevole di (inefficaci) raccomandazioni e vuole che i “colpevoli” siano perseguiti per associazione segreta, indirettamente dice che chi prende le armi contro lo Stato, cercando di ammazzare un innocente, merita l’applauso e il laticlavio. Ed è comunque inutile chiedere conto di questo scandalo intellettuale e giuridico. Conosciamo la risposta: bisogna abbattere lo Stato borghese e, come dicevano le Brigate Rosse, si ammazza la divisa, non l’uomo che c’è dentro. Se questi non sopravvive è colpa sua. Forse, se fosse stato adeguatamente di sinistra, sarebbe sopravvissuto alle pallottole.
BERSANI LEADER INADEGUATO
C’era una volta un sant’uomo che viveva in una caverna, in perfetta solitudine, pregando e facendo penitenza. Il diavolo avrebbe voluto indurlo a peccare ma non sapeva come fare. Che genere di peccati poteva commettere, quel vecchio? Provò dunque con l’ira. Gli rovesciava il catino con l’acqua, gli faceva trovare il pagliericcio per terra, gli sporcava la Bibbia col fango, ma il vecchio non se la prendeva. “Questo è il diavolo che vuol farmi arrabbiare”, diceva. E andava a riprendere un secchio d’acqua, rimetteva il pagliericcio sul letto, aspettava che la Bibbia si asciugasse.
Un giorno il diavolo ebbe un’idea. Si trasformò in una vecchina e cominciò a cercare di caricarsi sulle spalle una fascina di legna ma la fascina era troppo pesante e allora disfaceva il nodo sulla corda che la teneva insieme, aggiungeva altra legna, riannodava la corda e cercava di caricarsi la fascina sulle spalle. Non ci riusciva, allora disfaceva il nodo…
Il sant’uomo, che aveva visto tutte queste manovre durante la sua passeggiata, non poté trattenersi dal dirle: “Benedetta donna, ma non lo capite che dovete togliere legna, non aggiungerne? Siete scema?”
Il diavolo allora riprese il suo aspetto normale e rise. Aveva vinto. Se c’è qualcosa che fa perdere la pazienza anche ai santi, è l’irrazionalità.
Pierluigi Bersani non può essere irrazionale come la vecchietta. Innanzi tutto è laureato in filosofia e Dio sa se in quella materia bisogna essere capaci di ragionare. In secondo luogo, malgrado questa specializzazione, si è fatto apprezzare in materia di economia: tutti ricordano le sue famose “lenzuolate”. Infine, quando vuole, si esprime pacatamente e con una qualche emiliana bonomia. E tuttavia il suo comportamento indigna.
Nei sistemi bipolari o bipartitici, al di fuori delle due grandi formazioni non v’è salvezza. Inoltre, all’interno di esse, ognuno, anche se ideologicamente ai margini, deve conformarsi al parere della maggioranza: il partito tende infatti ad avere il sostegno di metà della popolazione, non di estremisti ed idealisti di vario pelame.
Col proporzionale invece anche il partito che ottiene l’1% ha i suoi deputati e il problema è opposto: il partito dell’1,5% deve sottolineare tutte le differenze possibili col partito del 2% per dire agli elettori: “Votate per noi perché solo noi sosteniamo esattamente, al millimetro, le vostre idee. Cosa che nessun altro fa. Neanche il partito che ci somiglia di più”. Il sistema bipolare tende a nascondere le differenze (salvo quella fra le due grandi formazioni), il sistema proporzionale esalta le differenze anche fra partiti molto vicini ideologicamente.
Il nostro è un sistema bipolare ma non bipartitico perché accanto al Pdl c’è la Lega e accanto al Pd c’è l’Idv. Da questo consegue che, pur convenendo su alcuni punti generali (per la sinistra, l’antiberlusconismo), all’interno di ogni coalizione ogni partito cerchi di fare concorrenza all’alleato. Antonio Di Pietro non spera di rubare elettori a Berlusconi, cerca di rubarli al Pd presentandosi come il più antiberlusconiano, il più intransigente, il più estremista e per così dire “il più comunista”, cercando di recuperare anche gli elettori che furono dei Comunisti Italiani. E infatti dalle ultime elezioni politiche le intenzioni di voto a favore dell’Idv, rispetto al Pd, sono piuttosto aumentate che diminuite.
Se questa è la strategia dell’Idv, è ovvio che la strategia del Pd dovrebbe essere opposta. Non un antiberlusconismo di guerra, ma un semplice dissenso da Berlusconi. Non posizione negativa su tutta la linea, ma posizione critica riguardo ad ogni provvedimento. Invece si direbbe che Bersani sia terrorizzato all’idea di apparire meno intransigente di Di Pietro o di personaggi vagamente folcloristici come Dario Franceschini o Rosy Bindi. Per questo insegue tutti, a sinistra. Annuncia continuamente l’apocalisse. Corruga la fronte e fa la faccia feroce. È irragionevole e sconfortante.
Forse Pierluigi Bersani si è interessato più di filosofia che di comunicazione. Anni fa era famoso uno slogan commerciale: “Chi beve birra campa cent’anni” e un pubblicitario all’occasione diceva che la novità, nel suo campo, non era un optional “Perché se dico ‘Chi beve chinotto campa cent’anni’ la gente dirà: ‘Ah sì, chi beve birra campa cent’anni’. E va a comprare una birra”. Nello stesso modo il segretario del Pd dovrebbe capire che, se scimmiotta Di Pietro, tutti preferiranno l’originale all’imitazione.
CONTRA PROUST
Marcel Proust è un genio. Chi ha letto anche solo una parte della famosa “Recherche” non la dimenticherà mai. Raramente si è vista una tale penetrazione psicologica dei fatti più minuti, dei sentimenti più evanescenti, dei pensieri più sfuggenti. E tuttavia, dinanzi a quella prosa, si può avvertire una sorta di fastidio.
L’origine, la ragione prima, la molla della “Recherche” non è la voglia di ricordare il passato, ma il tentativo di realizzarne una “resurrezione”. Questa, a sua volta, nasce da un infinito rimpianto dinanzi al tempo che passa. Un dolore inguaribile dinanzi al presente che si trasforma in ricordo e che solo per noi ha ancora gusto e sapore. Che solo per noi si colora della luce del sole e dell’emozione della vita, mentre se ne parlassimo ad altri leggeremmo nei loro occhi la noia. Si può raccontare un avvenimento ma è come se, di una bella donna, si fornisse una radiografia dello scheletro. I fatti senza colore possono interessare solo al giudice: in un caso di omicidio egli vuole sapere se l’imputato ha agito in stato di legittima difesa e dei suoi sentimenti di quel momento ben poco gli importa. Che fosse dominato dal terrore o dalla volontà di punire l’aggressore - quello cioè che è la sostanza emotiva del fatto - è cosa priva di valore. Per giudicare basterà solo sapere se l’accusato si sentisse ragionevolmente in pericolo.
A Proust invece interessa la magia del singolo momento, con l’emozione che esso dà e che egli si rifiuta di dimenticare. Perché in questo modo è come se l’uccidesse. Come se lo condannasse ai suoi dati esterni, geometrici, catastali. Per questo ha bisogno di precisare, di descrivere, di dilungarsi, di spiegare instancabilmente i particolari, fino a trasfondere nel lettore tutto o quasi quel presente. Facendolo finalmente risorgere.
Tutta la “Recherche” è un atto d’amore nei confronti della vita. È l’eco di una passione smodata per l’attimo. È una lotta senza quartiere contro la morte. Una lotta senza speranza.
Da questo nasce il fastidio per il mondo di Proust. Vien voglia di dirgli che anche noi abbiamo vissuto, anche noi abbiamo amato disperatamente il sentimento del presente, anche noi abbiamo dei ricordi: ma è inutile cercare di salvarli. La ruota del tempo non si ferma mai e uccide anche il “tempo perduto” che Proust ha fatto risorgere.
Forse non bisognerebbe mai aggrapparsi al passato. Forse non bisognerebbe mai impegnarsi a custodirlo nel nostro cuore come un tabernacolo. Sarebbe meglio avere l’atteggiamento della miriade di esseri viventi che, come gli uccelli, cantano, si scontrano, si accoppiano e infine muoiono senza averlo nemmeno previsto e saputo. Se la battaglia contro la morte del nostro presente è senza speranza, la soluzione è non combatterla.
Nell’opera di Marcel Proust si può dunque ravvisare un primo errore: uno sconfinato amore di sé e delle proprie esperienze; e un secondo errore: credere di potere salvare il passato di un singolo, non potendo salvare quello di tutti. Nel primo caso ci si esagera la specialità della propria vicenda esistenziale, nel secondo caso si chiudono gli occhi sull’invincibilità della morte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
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